lunedì 12 gennaio 2009

Il reportage originario e i migliori ritratti dalla stampa straniera

di RICCARDO STAGLIANO'

KISUMU (KENYA) - Nella terra degli Obama il figlio americano è lo specchio in cui tutti vogliono guardarsi. Per la liceale timida con il gilet marrone è «un modello, la prova che ogni cosa è possibile». La matronale padrona dell'emporio Blackberry ci vede soprattutto «tante, tante magliette vendute». A detta dei disoccupati che bivaccano scacciando le mosche vicino a un macigno-murales che immortala il suo passaggio trionfale di due estati fa porterà, in ordine sparso, «visti gratis per gli Stati Uniti», «più aiuti economici», «strade asfaltate». Neppure il lustrascarpe che compie la sua fatica di Sisifo quotidiana lucidando mocassini sul ciglio polverosissimo della sterrata dubita: «Sarà un gran bene per il Kenya». Basta non pretendere esempi pratici se non volete vederlo annaspare, grattarsi la testa e infine gettare lo straccio in segno di resa. Ma chi ha bisogno della realtà quando si può avere il mito? Per quelli che sanno leggere, in swahili, non potrebbe essere più chiaro: baraka, benedizione. Ecco quel che significherà per i fratelli africani. Suo padre, con lo stesso nome-destino, è stato catapultato dalle stalle delle capre alle stelle di Harvard. Il figlio, che ne ha preso il testimone, rischia di diventare il primo presidente nero alla Casa Bianca. Così nell'espressione serena che occhieggia sulle t-shirt, fa coppia fissa col premier Raila Odinga nei ritratti incorniciati venduti per strada, tappezza i lunotti posteriori dei matatu, gli ubiquitari minibus, i kenyani leggono un sacco di promesse che lui non ha mai fatto.

Kisimu, sulle rive del Lago Vittoria, è la città più vicina alle radici degli Obama. Qui il senatore dell'Illinois è lo spiritus loci. Basta nominarlo per farsi degli amici. «Wuo Luo», figlio di un luo, è la risposta standard. Un legame di sangue che nessun oceano può annacquare. Un marchio per cui morire, come è successo a gennaio ai 1500 uccisi dalla polizia di etnia kikuyu perché contestavano i risultati delle elezioni. Per arrivare ad Allego Kogelo, il villaggio dove vive sua nonna e riposa suo padre, mancano ancora una cinquantina di chilometri di mulattiere, mangrovie e terra rossa.

Il custode della memoria familiare è Malik Abongo, il figlio cinquantenne che «Barack I», come lo chiama lui, ebbe prima di partire per l'America dove conobbe la ragazza del Kansas che gli diede Barack II. Anche lui ha vissuto negli Stati Uniti, è diventato commercialista ma il richiamo della foresta che Hemingway celebra in «Verdi colline d'Africa» alla fine ha prevalso. E oggi si divide tra un negozietto di elettronica che serve poche centinaia di anime, un'attività di contabile a Washington e le sue due mogli (si è convertito all'islam, dismettendo il nome Roy) e otto figli che cresce in una doppia casetta con mucche indolenti intorno a pochi metri da dove abita l'ottantasettenne mama Sarah. «Con nostro padre mio fratello ha molte cose in comune» racconta nel salottino verde con citazione del Corano appese alla parete, «l'intelligenza, la determinazione e il risultare simpatico alla gente». Sono stati l'uno il testimone di nozze dell'altro, si sentono spesso, ed è convinto che vincerà. Ma poi gli scappano frasi come «spero che manterrà le aspettative, che non sia solo spettacolo» e si capisce che, da primogenito, lo straordinario successo del golden boy non è stato digerito del tutto. Neppure con gli altri membri della famiglia devono essere rose e fiori se il numero della sorella Auma l'ha «perso la settimana prima» e quello dello zio coetaneo Said non sa «più dove sia», «lo cercherà» ma poi non lo cerca.

L'Obamania è una manna per quelli come Cornel Okech, che gestisce una stamperia a Kisumu. Da qui partono le magliette con il volto del nostro eroe e la scritta «Il nostro momento è ora», con un carattere diverso da quello della campagna elettorale per evitare grane di copyright. «Nelle ultime settimane le ordinazioni sono impennate» confessa soddisfatto e ci mostra l'sms di un tale Lorenzo, di una ong di Busia, che ne ha prenotate dieci. A 5 euro l'una qui non sono regalate. Ma il brand è forte, conviene mungerlo finché ce n'è: «Stiamo pensando anche ai portachiavi, agli ombrelli e alle borse».

Quest'eccitazione planetaria però produce anche danni collaterali. Nell'attesa di raccoglierne i frutti, ora il prezzo lo pagano i familiari. Said, un uomo imponente con gli occhi spiritati, ne sa qualcosa. Il ruolo di portavoce è toccato a lui, fratello minore di Barack senior e l'unico che vive stabilmente qui: «Lavoro come tecnico in una fabbrica di alcol per usi industriali e quando esco mi precipito all'università dove studio economia aziendale. Era già dura senza i giornalisti...». Racconta di locuste che si presentano non annunciate dai cinque continenti esigendo interviste, aneddoti, retroscena. Per non dire dei fotografi che pretenderebbero di spostarli come personaggi di un presepe sub-sahariano. «Nell'ultimo mese siamo corsi ai ripari» spiega, «mia nipote Auma li filtra e io li ricevo ormai solo nel finesettimana, per non intralciare troppo lavoro e studio». Hanno costruito un cordone sanitario intorno alla leggendaria nonna, quella cui un ventiquattrenne Barack venne a presentare la futura sposa Michelle per poi tornare a trovarla e mangiare insieme pollo, cavolo e porridge diciannove anni dopo. Stava nascendo un business locale di gente pronta ad accompagnare i reporter e tradurre dal luo, se ne approfittavano, la facevano stancare - e parlare - troppo.

Sebbene dopo la consacrazione dell'Iowa riceva ormai una media di tre telefonate al giorno dai media internazionali in cerca di interviste, Auma regge ancora benissimo l'assalto. Prima di accettare controlla su Google il curriculum del giornalista («Ho detto di no a uno che ha scritto una biografia scandalistica su Barack») ma non ha mai chiesto uno scellino in cambio della suo tempo e per questo si dissocia dal fratello Malik che ha caldeggiato un contributo per la fondazione dedicata al padre: «Mi spiace davvero, questa non è la nostra politica». Cresciuti insieme ma assai diversi. Tradizione lui, che non disdegna gli abiti tribali, emancipazione lei, impeccabile in un tailleur pantalone grigio. Ha studiato linguistica ad Heidelberg, vissuto in Gran Bretagna e ora si occupa di progetti umanitari per Care International a Nairobi. «È proprio questa la principale forza della nostra famiglia: celebriamo le diversità» si inorgoglisce, bevendo tè alla menta. «Mio nonno era islamico liberale, mio padre essenzialmente laico, mio fratello religioso e io per niente. Siamo un modello di tolleranza. Anche Barack ha una visione sinceramente multiculturale. La sua biografia - Kenya, Hawaii, Indonesia, Chicago - ha deciso per lui: non ha avuto scelta. Ed è una caratteristica unica che potrebbe giovare immensamente agli Usa e al mondo».

Alla convention democratica di Boston del 2004, nel discorso d'apertura che decise la sua parabola politica, infuocò la platea accantonando il risentimento a favore dell'unità: «Agli esperti piace tagliare a fette il nostro Paese in stati rossi (repubblicani, ndr) e blu (democratici, ndr). Ma ho una notizia per loro. Adoriamo un dio formidabile negli stati blu, e non ci piace avere agenti federali che frugano nelle nostre biblioteche negli stati rossi. Non c'è un'America progressista e una conservatrice, una nera, bianca, ispanica o asiatica: ci sono gli Stati Uniti d'America». Due anni dopo, di fronte al pubblico assiepato nell'università di Nairobi, aveva ripetuto il concetto: «La politica tribale deve finire. Si basa sull'idea fallimentare che lo scopo sia accaparrare la fetta più grossa di torta in una famiglia, clan o circolo, con nessun riguardo per il bene pubblico».

America, Africa: il messaggio non cambia. La vita di suo padre, che se n'è andato di casa quando lui aveva due anni, è stata tutta all'insegna della divisione. Abbandonato a sua volta dalla madre a nove anni, pur brillantissimo a scuola aveva concluso ben poco sino all'incontro salvifico con due espatriati americani che lo incoraggiarono a studiare oltreoceano. Una borsa di studio per le Hawaii, poi un'altra per Harvard. Al ritorno in Kenya, con la terza moglie e altri figli, entra al ministero del turismo ma litiga aspramente con Yomo Kenyatta, il presidente dell'indipendenza, di etnia diversa dalla sua. La sua carriera nell'amministrazione è finita. Viene retrocesso, comincia a bere, trasloca in uno slum con Auma e Malik. Quando Kenyatta muore lo spoil system su base etnica gli riapre le porte del ministero delle finanze. Ma ormai è troppo tardi per dire addio al bicchiere e nell'82 si schianta a tutta velocità in un incidente d'auto.

«Quando le lacrime furono esaurite» scrive Barack nell'autobiografia descrivendo la visita alla sua tomba, «sentii una calma inondarmi. Il cerchio si era finalmente chiuso». Che spreco combattersi solo perché nati diversi. È una lezione che ha imparato anche sulle colline di Kogelo. Si vocifera che potrebbe scegliere un vice repubblicano. «Wuo Luo», il figlio del luo ha fatto molta strada.


Reference (Wikipedia)


Barack Obama

La famiglia di Barack Obama

Ritratti

The Conciliator (New Yorker)

Destiny's Child
(Rolling Stone)

The birth of a Washington Machine (Harper's)

The Natural
(Atlantic Monthly)

The Five Faces of Barack Obama
(Time)